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In conseguenza gli uomini si sono ravvicinati, per meglio conoscersi, meglio amarsi, meglio giovarsi; e forse verrrà  dì che tutte le nazioni incivilite si ravvicineranno in modo da formare insieme una sola grande famiglia!

( Giovanni Castrogiovanni, dantista, matematico, autore dei primi testi scolastici. 1862)

IMMIGRANS VS NATIVI?

Il termine migranti esprime solo in parte, a prer mio, la condizione di chi è transitato dalla linearità, dalla consequenzialità alla reticolarità, dal vissuto diretto a quello virtuale. Molte innovazioni che connotano la nuova dimensione della multimedialità, erano in nuce, rappresentavano quei desideri intimamente custoditi da chiunque di noi e ben prima di noi, desiderasse dotare l’individuo di più ampie facoltà, possibilità. E’ quella proiezione immaginifica, quella leonardesca tensione, verso il progresso che ha da sempre impegnato l’uomo nella ricerca. In altre parole, se talune facoltà ci erano precluse da una realtà analogica e bidimensionale, ciò non vuol dire che dentro di noi non ardesse vivo il desiderio di multimensionalità, di connettività, di ipertestualità, di atemporalità. Tant’è che queste fantasie futuribili si sono poi realizzate. Personalmente questo fatto ha determinato in me un marcato entusiasmo. Forse per il bisogno di una connettività più ardita, più pervasiva. In altri della mia generazione, al contrario, lo stravolgimento tecnologico ha prodotto atteggiamenti di diffidenza, di scotomizzazione del nuovo. Ma il nuovo, come ben sappiamo, avanza indipendentemente da noi. L’atteggiamento di ciascuno verso le tecnologie non può prescindere certo dal vissuto personale , dalla maggiore o minore propensione alla socialità, dalle caratteristiche personologiche di ciascuno. Credo che la differenza tra immigrants e native sia forse anche questa: limitatamente a questo periodo di diffusione delle tecnologie digitali, gli immigrants possono effettuare una scelta a diversi livelli ( mi risulta che più o meno tutti abbiano capitolato in favore del telefonino). Al contrario per i natives l’opzione più che obbligata è ovvia, forse non è neanche una scelta. Indubbiamente il nativo digitale vive il rapporto con le tecnologie con maggiore naturalezza. Diversamente da chi fra noi, favorevole alle tecnologie, avverte maggiore soddisfazione e stupore nel veder ampliare le proprie possibilità, memore dei maggiori limiti di espressione del passato. La mia esperienza personale di immigrant tecno entusiasta, giunse al giro di boa con l’ingresso nella classe virtuale della Iul, un gruppo che nell’arco di poco tempo ha saputo trasformarsi in una comunità di pratiche e che credo non voglia smettere di esserlo neanche dopo l’uscita da questa Università. Ma è vera virtualità ( mi si perdoni l’ossimoro) quella che ha caratterizzato le nostre interazioni all’interno della IUL? Le nostre interazioni hanno determinato dinamiche molto ben definite che sono andate, alle volte, ben oltre la mimesi del rapporto diretto. la CMC, nel mio caso ha offerto nuove opportunità di espressione e di conoscenza che la mia emotività, la mia titubanza, non avevano consentito di esprimere. E’ il mio un caso in cui il giudizio di merito sulla nuova fenomenologia della comunicazione, sarà sicuramente favorevole. Una virtualità che, a mio modo di vedere, diviene iperreale e non virtuale, proprio perché permette di disvelare i tratti più autentici della persona, dissimulando un modo di essere che il mondo reale aveva represso. La mediazione digitale, in particolare quella dei social network, certamente presenta delle peculiarità che stigmatizzano e rendono in parte nuova l’interazione. Vorrei qui enumerare quelle che io ho percepito maggiormente. • Riduzione delle differenze anagrafiche, sociali fra gli attori della comunicazione. Questo fa sì che si possa avere la possibilità di interagire con soggetti verso i quali, diversamente, si avvertirebbe imbarazzo, timore reverenziale o altro. • Eliminazione dei vincoli spaziali • Portabilità . Avere al possibilità di operare e di essere connessi in ogni luogo. • Possibilità di stabilire contatti e le connessioni nei tempi e nei modi che ritieni più confacenti: scelta degli orari, visibilità o invisibilità,… • Facoltà di potersi affrancandosi dagli effetti contestuali che la relazione de visu genera. Si pensi a luoghi come una presidenza, un’aula magna..certamente pongono il soggetto in una condizione di maggiore inibizione durante la manifestazione del proprio pensiero. Anche l’aspetto fisico, l’abbigliamento piuttosto che la gestualità e la mimica rappresentano fattori evocativi, suggestioni che possono condizionare, positivamente o negativamente, il recepimento del messaggio durante la relazione. • Possibilità di entrare in contatto con interlocutori esperti che il luogo in cui vivi non ospita. • Maggiore autorialità. Si pensi alle insperate opportunità che ci sono state date, (avviene anche in questo frangente) di esprimere la nostra opinione nei forum, nei blog, su facebook… Questo consente, attraverso la condivisione e la libera adesione al pensiero altrui, di creare gruppi fondati sulle affinità, per generare opinioni e flussi di opinioni, nella prospettiva e con l’auspicio di una maggiore democratizzazione.

DAL LIBRO AI BIT

1. Il passaggio dal mondo della carta a quello dei bit è stato per me inesorabile. I bit mi hanno attratto in modo graduale e crescente. Questa reciproca attrazione non si è mai interrotta dal giorno in cui, nel marzo 1998, ho mosso per la prima volta un mouse tra tante diffidenze e molti preconcetti.
2.Mi sento fuori posto con gente fenomenale come la mia collega di Palermo (IUL)Antonella Lo Presti che è una sviluppatrice insuperabile. Vorrei avere queste persone sempre accanto per poter recepire tutti i possibili strumenti di intervento, così da poter acquisire un agire informatico sempre maggiore e, corrispondentemente, aumentare la libertà di realizzare, creare, sapere, comunicare .
3.Il Drago che riposa in me si desta quando, riesco a fare qualcosa che reputavo oltremodo difficile. L’ultima volta è successo quando ho imparato da sola a gestire il blog.
4. Ecco, un’ambizione, che allo stato attuale delle cose rappresenta una dififcoltà, sarebbe avere cognizoni più profonde. La mia conoscenza è di superficie, pragmatica: sono ancora solo una praticona.
5. Il potenziamento maggiore l’ha dato la possibilità di ricercare autonomamente, di inventare e scoprire percorsi di studio, di conoscenza, nuovi, diversi, personali. La scoperta autonoma, è l’esperienza sul web che mi entusiasma di più, almeno quanto la sensazione che la rete sia un’occasione per esercitare una forma di democrazia nuova e più autentica.
6. La rete mi piace perchè ha spezzato le catene che mi tenevano relegata al mio piccolo mondo di provincia, ha creato legami insperati . La mia tastiera e il mio mouse mi consentono di esplorare territori nuovi. Anzi di avvicinarmi a territori visti solo in lontananza e che ora sono divenuti straordinariamente vicini e accessibili.
Davvero può sembrare una contraddizione in termini parlare di immigrants e natives e proporre il relativo distinguo. Questo mondo è stato creato dai così detti immigrati perchè tutto quello che è stato in seguito creato albergava in nuce nelle nostre menti. Sogni coltivati in lunghe gestazioni. Prodigi ai quali tutte le generazioni passate hanno sempre pensato. Credo anch’io che la reticoarità del nostro pensiero venisse in qualche modo forzata, limitata dalla linearità libresca. E’ solo adesso, dopo una naturale evoluzione, che la mente trova uno spazio in cui liberare il suo potenziale in una forma più consona e rispondente.

alberto_411Come restare insensibili agli interrogativi posti da Andreas circa l’effettiva corrispondenza dell’attuale impianto scuola con una realtà sociale in tumultuosa trasformazione anche sotto l’effetto delle tecnologie? Quale sarà il destino prossimo futuro della scuola ? E se non saprà adeguarsi al nuovo che avanza a velocità impressionante, davvvero dovremo cedere alle istanze descolarizzatrici che da un trentennio ormai vaticinano,  non senza valide ragioni, il tramonto del sottosistema scuola?

Intanto  volglio mettervi a parte di un’esperienza che potrebbe rappresentare un prodromo, un primo passso verso una fase di cambiamento o, se preferite, di evoluzione.

YOU SCHOOL

A Torino un prof. insegna italiano con videocamera e internet. NON INTERROGA. NON VA IN CLASSE. Niente zaini, niente libri: Pascoli e d’Annunzio sono scaricati dal web.

I suoi studenti con l’iPod  ascoltano Leopardi. Questo podcasting sembra un po’ un antidoto in grado di riconciliare i ragazzi con la cultura, con il sapere canonico.

In aula il Prof. appoggia una webcam e un computer i-book collegato wi-fi al server della scuola. Niente di irrealizzabile. E poi “Ciak”, la lezione: due alunni relazionano sul  tema: “Il fascismo in Italia”. Non so se far leva sul protagonismo riposto in ognuno di noi, sia un’operazione corretta, di fatto sembra funzionare!

In pratica la registrazione in classe segue un canovaccio, una piccola scenggiatura. E’ la relazione che uno o più studenti ha elaborato a casa , consultando, video, schede, appunti, attinti da internet, biblioteche o fornite diretamente dal Prof.

Terminata la registrazione, il podcast viene titolato e “taggato”. In pochi minuti sarà  inviato al server che lo pubblica in rete sul sito della scuola: visibilità, autorialità. La scuola dispone del sistema Podcast Producer – un programma alquanto  costoso- che è stato acquistato col contributo della Regione. Ciascuno di questi podcast entra a far parte di un’enciclopedia open, stile Wikipedia.

Il Prof decide di continuare ad addentrarsi sui territori familiari  ai natives. Vi è un auditorium trasformato in studio televisivo, nel quale i  ragazzi si cimentano nella realizzazione di mini filmati, piccoli manufatti digitali, come quelli di You Tube. Si apre un dibattito: c’è chi conduce; altri intervengono. Gli argomenti vengono di volta in volta stabiliti. Intanto c’è chi inquadra, chi zoomma… ed ecco nascere un altro prodotto da taggare e da pubblicare.

Si tratta di attività che disinibiscono , migliorano  l’autostima, incentivano le capaità linguistico- espressive, abituano al dibattito, al doversi esprimere in pubblico, argomentando senza lasciarsi sopraffare dall’emozione o dal timore reverenziale.

Il prof. coordina, si pone al loro fianco, osserva, interviene al bisogno per integrare, ma non impone. E’ un soggetto carismatico che, predisponendo e facilitando, esercita in pieno la sua azione maieutica, quest’ultima nient’affatto nuova. Induce i suoi allievi a trovare una modalità, a ricercare soluzioni, li porta alla scoperta, rendendoli così consapevoli , autonomi. Non si avvale di una rigida programmazione, ma solo di orientameti , di indirizzi di percorso, per il resto è pronto a cogliere ciò che naturalmente scaturisce dalla condivisione e dalla riflessione comune, dalla circolazione dei pensieri.

Penso che questo esempio, questo esprimento, sicuramente entusiasmate, possa costituire un modello cui ispirarsi, un’alternativa in grado di suggerire un indirizzo peraltro assai coerente con l’impostazione e i principi che hanno preso forma in questo corso.

http://web.mac.com/arakhne/Home/Home.html

http://web.mac.com/arakhne/Didattica/In_classe/In_classe.html

 

A quest’altro indirizzo è, invece, possibile scaricare un libro dal titolo affascinante e promettente:

DALLA LAVAGNA AL DVD

http://community.eun.org/entry_page.cfm?area=1577

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Siccome ho notato che i ragazzi della facoltà di medicina discutono ancora del fenomeno Facebook, voglio riportarvi delle mie riflessioni scaturite da una chiacchierata pomeridiana intrattenuta con una mia amica che mi parlava di un libro da lei letto di recente.“Facebook: domani smetto” di Alessandro Q. Ferrari .  Ecco in estrema sintesi la trama: alcune  persone si accostano più o meno casualmente a Facebook e – dopo qualche approccio – ne rimangono fagocitate, dedicando al “social network” un numero esagerato di ore , col risultato di perdere gli amici, le fidanzate, persino  il lavoro. Il paragone con la droga è esplicito e ovvio. Tramite la rete amicale, su Facebook, alla fine, molti dei protagonisti s’incontrano. La  storia non per tutti avrà un lieto fine, anzi questo arriverà soltanto per quelli che riescono a smettere e a lasciare Facebook. Indipendentemente dal fato che si sia concordi o meno con questa valutazione, il libro propone comunque due problemi fondamentali. Il primo è rappresentato da un’ ipotetica  e già antica questione: la dipendenza da Internet che isola chi ne è vittima dal mondo reale. Il secondo problema, che  è al centro di uno studio sociologico di Internet avviato da Tim Jordan, riguarda il  cosiddetto “information overload.  Anche qui, Facebook è visto come un fattore in grado di  aggravare il problema.
C’è un altro aspetto ancora che la trama del libro mette in evidenza: «Non bisogna  banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia. Sarebbe avvilente se il nostro desiderio di allacciare e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a discapito della disponibilità per la famiglia, per le persone care. Anche se ammetto, senza problemi, che i miei amici della IUL rientrano nel novero delle persone a me care. Questo arricchimento della mia dimensione umana e del mio PLE, lo attribuisco senza dubbio all’uso di Internet; ragione per cui non escludo in maniera aprioristica che Fb possa in qualche modo, sia pur incidentalmente , contribuire all’ampliamento della mia esperienza umana, sociale e culturale. E’ solo quando il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i momenti di riposo, di silenzio e di riflessione, necessari per un modello di vita equilibrato» ( Anzi, come disse ieri in chat Andres: “ la disconnessione fa persino bene alle connessioni”).
La conclusione per me, peraltro molto semplice,  è che Facebook (e ogni altro strumento Internet di ieri, di oggi e di domani) dev’essere usato come un mezzo, mai come un fine.

 

LA PROTESTA DEL CARCIOFO

 

 

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Sarà per le sue decantate proprietà salutari, sarà per via che è un prodotto di stagione, ma il carciofo è stato assunto oltralpe, quale simbolo di una protesta attualissima che di faceto non hai poi molto.

Vi riassumo i fatti e vi rimetto le mie conssiderazioni.

Leggevo proprio ieri sui giornali che il Parlamento francese ha bocciato la legge contro chiunque  scarichi files dal web.

Gli internauti francesi si sono mobilitati nei giorni scorsi dando vita a un corteo di protesta colorato dal verde spento dei carciofi agitati dagli stessi manifestanti.

L’iniziativa ha preso le mosse da una proposta di legge dell’ex dirigente del potente gruppo francese FNAC ( la loro Feltrinelli) Denis Olivennes e sostenuta fortemente da Sarkò, la quale prevedeva il taglio della connessione a Internet verso chiunque scaricasse file senza pagarne i diritti.

La querelle, in verità, è  vecchia ed è culminata non molto tempo fa  in Svezia con il processo verso i gestori del sito PIRATE BAY,  un motore di ricerca di file torrent, per lo scambio di immagini. L’accusa, della quale  sono state promotrici le major, ha chiesto ben 10 milioni di euro di riarcimento.

La bocciatura della proposta francese, che prevedeva addirittura la creazione di un’agenzia per l’indentificazione dei “pirati”, ha comunque provocato un applauso estemporneo nell’aula del Parlmento. Un successo consistente, se  considera che  persino i fedelisimi dello stesso Sarkò hanno preferito disertare l’aula piuttosto che votare la legge.  La partita non è chiusa perchè già il 28 aprile, quando il Parlamento sarà chiamato  nuovamente a pronunciarsi sulla faccenda, bisognerà votare per alzata di mano, in modo palese.

L’impressione è che molti governi europei si stiano muovendo per arginare gli effetti di questo fenomeno.

Persino il precedente governo Prodi aveva tentato di porre un freno al dilagare dei blog. La legge Pisanu, pur sotto l’egida dell’ azione contro il terrorismo internazionale, aveva  impedito l’istallazione delle reti wi fi nelle aree pubbliche metropolitane. Più di recente una onorevole del Popolo delle Libertà , al di là di ogni lodevole proposito di contrastare il fenomeno ella pedofilia on line, finisce poi con l’occuparsi degli interessi dell’industria audiovisiva, contro il fenomeno della pirateria online. Ancor più di recente lo steso ministro della giustizia ha così sentenziato: «Intervenire su Youtube è difficoltoso perchè si tratta di una rete, ma quando avremo trovato il modo, lo faremo». Riconosco che risulta assai difficile, da parte di chi detiene un potere politico e commerciale che sia, resistere all’impulso di controllare un ambito così esteso, affrancatosi ormai da tempo da un uso di nicchia. Da un canto c’è la necessità di impedire che la rete divenga una fucina incontrollabile di opinioni autogenerantesi e non indotte da alcuna forma di propaganda o condizonamento mediale, dall’altra vi è il bisogno di tutelare gli interessi economici degli editori  e la proprietà intellettuale degli autori.

Se ci si può effettivamente auspicare la creazione di un codice etico- deontologico generale, aborrendo ovviamente,  tutto ciò che può essere in qualche misura ricondotto  ad azioni criminose, ritengo ingiusto impedire la circolazione del materiale e delle idee.

La rete, a mio modesto parere, è come l’etere: chiunque possieda un televisore o una radio è in grado di ricevere le onde radio con i contenuti di cui le stesse sono portatrici ( anche se molte volte questi contenuti sono diciamo così”addomesticati”).

Non vogliamo  dare un padrone all’aria, all’acqua, all’etere, …alle fibre ottiche.

La rete è il primo luogo in cui può esprimersi e oggettivarsi compiutamente, un’idea di democrazia, nel senso della facoltà data a ciascuno di esprimersi, comunicare, condiviere, costruire, produrre contenuti e opinioni, per cambiare, dal basso – quindi democraticamente – la relatà personale e sociale in cui viviamo.

C’è poi un aspetto ai più prosaico di cui forse gli autori dovrebbero tenere conto. Chiunque scarichi musica, film oppure libri, difficilmente andrebbe in libreria oppure al cinema per fruire dell’opera oggetto dell’azione di pseudo-pirateria.

Il risultato è che l’autore  riesce  a far conoscere la sua opera anche a quel target poco motivato a spendere del denaro in prodotti culturali.

Chi è più truffatore/ pirata? Il borsettaio titolato che ti fa pagare un bauletto di plastica ricoperto dal suo monogramma la modica cifra di 700 euro, o l’ambulante che vende lo stesso bauletto 30 euro?

Raket degli mbulanti a parte, chi è veramente disonesto?

Elargire servizi a chi non può permettersi di pagare o riservare un’esclusiva a chi può vantare una proprietà intellettuale?Alcune volte potremmo parlare di speculazione?

Forse qualcuno non lo sa, ma ogni volta che si fa ruotare un cd in un locale pubblico, in occasione di una festa alla quale partecipino almeno 100 invitati, la SIAE riscuote diritti per centinaia di euro.

 

A proposito: APRITE QUESTO LINK, E’ INTERESSANTE!

http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&ID_articolo=697&ID_sezione=3&sezione=#

Alle immagini di questo sfacelo non ho potuto fare a meno di accostare  i celebri versi del Leopardi, il quale  interroga la Luna, la stessa luna di quella notte, testimone e partecipe della natura madre e matrigna che alle volte ci fa  percepire la finitezza del nostro essere mortali e il mistero teleologico dela vita.

CONFUSIONE TRISTE

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Uno scrittore africano, di cui non ricordo il nome, disse più o meno queste parole: “ Quando muore un anziano, brucia una biblioteca!”

E’ morto mio padre. Non parlerà più dei suoi pensieri, dei suoi ricordi, dei suoi saperi, delle sue opinioni. Anzi, no:  una parte di essi è in  me.  Sono io.

La morte reca sempre con sé qualcosa di violento anche quando è attesa, scontata, anche quando è graduale e non è improvvisa. Interrompe, strappa, recide.

Apro la sua libreria, vedo  i faldoni, i libri ingialliti. Un scrittura minuta e precisa racconta di contratti, di date, di eventi. Chiudo per non piangere. Ma è tutto ciò che mi permette di comunicare ancora con lui. E’ possibile, nel mondo degli umani, vivere fino a quando qualcosa parlerà di  noi a chi resterà. Finchè è possibile la comunicazione c’è la vita; la vita oltre la vita.